Il principale Mantra jainista è il “Namokaar Mantra”:
“Namo Arahantanam,
Namo Siddhanam,
Namo Ayariyanam,
Namo Uvajjhayanam,
Namo Loe Savvasahunam.
Eso Pancanamokkaro
Savva Pavappanasano
Mangalanam Ca Savvesim
Padhamam Havai Mangalam”,
“Omaggio alle Onorevoli Anime,
Omaggio alle Anime Liberate,
Omaggio ai Precettori (Guide Spirituali),
Omaggio ai Maestri Spirituali,
Omaggio a tutti i Santi del mondo.
Questo quintuplice Omaggio
distrugge tutti i peccati
ed è il più importante
atto di devozione meritorio”.
Per il Jainismo l’anima di ogni essere vivente -uomo, animale o vegetale, ma
anche degli elementi- è eterna e divina, e aspira a liberarsi dal corpo
materiale per raggiungere lo stadio di “Anima Liberata”.
Un essere umano degno di questo nome è insoddisfatto, perennemente in cerca, mai
pago. Chi possiede il potenziale per estendersi e diventare un Buddha o un
Mahavira è scontento, inquieto, non perché voglia avere di più nel mondo degli
oggetti, ma perché vuole essere di più: più consapevolezza, più coscienza, più
Compassione.
L’obiettivo del Jaina è l’ottenimento di un’anima perfetta: l’anima perfetta
possiede pura conoscenza, perfetta comprensione, potere personale ed onniscienza;
l’anima perfetta potrà liberarsi dai karma accumulati nelle precedenti esistenze
e porre fine al ciclo trasmigratorio di morti e rinascite. Occorre sciogliere il
nodo tra l’anima e la materia, determinato dai frutti delle azioni che sono
state compiute, sia cattive che buone, che generano inevitabilmente karma (negativo
o positivo).
L’anima (Jiva) è dotata di percezione e conoscenza: tramite
la conoscenza degli oggetti esterni l’anima accresce la conoscenza di sé stessa.
Tutte le anime sono potenzialmente divine; nessuna è superiore o inferiore a
un’altra; tutte sono potenzialmente onniscienti e sante; la santità non può
arrivare o essere impartita dal di fuori: è già dentro ciascuno, ed è lì che
deve essere ricercata, coltivata e perfezionata.
L’individuo ritorna a fondersi con l’Uno, con l’Assoluto, con il nucleo eterno
dell’energia vitale, e si libera dalla sofferenza delle rinascite, soltanto dopo
essersi completamente liberato dagli attaccamenti, attraverso il distacco e la
stretta osservanza del comandamento dell’Ahimsa, la Nonviolenza attiva verso
tutte le Creature: questa è la via della Liberazione.
I Jaina ritengono che per percorrere questa via sia indispensabile mangiare un
cibo puro e vegetariano, poiché, cibandosi dei corpi degli animali, l’anima
involve inevitabilmente nelle uccisioni, nella disperazione e nel dolore.
Presso i templi e le comunità Jaina gli animali non devono dunque temere per la
propria incolumità; i Jaina organizzano alloggi (“Panjarpol”) per animali
anziani o feriti, e sovente acquistano animali dai macelli per dare loro
salvezza e ricovero.
All’interno dell’universo, è detto, vi sono infinite vite e ogni vita è dotata
di un’anima eterna: per questo il Jainismo insegna la riverenza verso ogni forma
di vita, il vegetarismo, la Nonviolenza, la ricerca del miglioramento spirituale
individuale, l’opposizione ad ogni guerra: il Jainismo insegna a riconoscere in
ogni Creatura il proprio Sé!
Per il Jainismo è indispensabile la scelta vegetariana per avere successo nel
proprio percorso di miglioramento. Sia i laici che i monaci e gli asceti
osservano uno stretto regime vegetariano. Da quando poi l’uomo ha creato
l’industrializzazione della sofferenza e dello sfruttamento sugli animali, i
Jaina hanno ulteriormente disciplinato la Dottrina, sconsigliando tutti gli
alimenti di origine animale (latte, uova, latticini) poiché provengono da gravi
forme di maltrattamento.
Mangiando alimenti provenienti dalla violenza, è detto, l’individuo involve
nelle uccisioni e nelle sofferenze degli animali. Ingerire cibo derivante
dall’assassinio, dal violento sfruttamento, dall’angoscia, dal dolore e dalla
paura, disturba il progresso spirituale, e impedisce al corpo immateriale di
diventare puro e forte.
Una dieta naturale, semplice e nonviolenta è indispensabile per il successo
delle tecniche di meditazione e di concentrazione.
Certamente, riconoscono i Jaina, c’è violenza anche nell’uccisione dei vegetali;
la via più alta, ma difficilmente praticabile se non dagli asceti, è infatti
quella di cibarsi solo dei frutti rilasciati spontaneamente dalle piante.
Ma, non potendo tutti adottare questo regime alimentare, è già un buon passo
avanti il non cibarsi dei corpi degli animali né dei prodotti derivanti dalla
violenza e dallo sfruttamento, limitando così il più possibile il nocumento alle
altre vite: si creda o no alla trasmigrazione delle anime, è sufficiente
visitare un mattatoio o un allevamento intensivo di galline ovaiole o di bovine
da latte per assumere una decisione consapevole!
I Jaina si astengono anche dagli alcolici, poiché la distillazione distrugge le
vite nate dalla fermentazione, e consumano i pasti sempre prima del tramonto,
per non accendere fuochi che potrebbero uccidere delle vite.